Di André Gounelle*
Traduzione di Giacomo Tessaro
Siamo tutti uguali! Questa parte del motto della Repubblica francese non significa, evidentemente, che siamo tutti identici: l’egualitarismo può essere nefasto. Come possiamo comprendere correttamente il termine “Uguaglianza”?
Non si sfugge dall’ineguaglianza. La natura crea i grandi e i piccoli, gli intelligenti e gli stupidi, i forti e i deboli, i belli e i brutti, i sani e i malati. La natura non distribuisce in maniera equa l’abilità, l’ingegno o la sensibilità; distingue tra i sessi e dona vari colori ai capelli, agli occhi e alla pelle. La natura è giocoforza inegualitaria.
La dittatura dell’ineguaglianza
Le società umane sono strutturate gerarchicamente. Non tutti hanno la medesima importanza. Alcuni dispongono di un maggiore potere, sono più ricchi o hanno un maggiore prestigio e vivono meglio degli altri. La famiglia in cui nasciamo, le circostanze e le occasioni che ci permettono di acquisire determinate competenze, la dose di fortuna che ci tocca e una quantità di altri fattori, dove il caso e l’alea sono spesso più decisivi del lavoro e delle attitudini personali, danno vita a delle notevoli disparità. La Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789, lungi dal condannare le distinzioni sociali, riconosce la loro legittimità quando rispondono alla “pubblica utilità” (art. 1) e riconoscono la “capacità”, le “virtù” e i “talenti” (art. 6). Invece di instaurare l’uguaglianza, la Dichiarazione giustifica l’ineguaglianza, a condizione che non abbia la sua fonte nei privilegi ereditari. Non esclude la supremazia di alcuni ma la vuole fondata sulle qualità personali e il loro apporto alla società, non sulla nascita o una scelta divina.
L’ineguaglianza è una dittatura nel senso che ci viene imposta, non è scelta da noi. Questa constatazione ha alimentato molte battaglie per cattive cause: è stata l’argomento degli avversari realisti della democrazia, dei partigiani del colonialismo occidentale, dei nazisti che volevano sterminare le presunte razze “inferiori” (ebrei e slavi). Altri, al contrario, hanno cercato di correggere, o almeno attenuare, gli squilibri, per esempio istituendo l’imposta progressiva sul reddito, un blando tentativo di ridistribuzione dei beni, oppure opponendosi alla “sanità a due velocità”, troppo sfavorevole a chi non ha i mezzi per pagare.
Il terrorismo egualitario
Gli esseri umani, scrive Tocqueville (1805-1859), “nutrono per l’uguaglianza una passione ardente, insaziabile, eterna, invincibile”, molto superiore a quella per la libertà. Accettano controvoglia la dittatura dell’ineguaglianza. Di colpo sono attratti da un egualitarismo estremista che assimila uguaglianza e uniformità e pretende di ignorare, se non addirittura di eliminare, ciò che ci distingue gli uni dagli altri. In questa prospettiva, essere uguali equivale a essere simili in tutto. Così, quando un sindaco ha tentato di stabilire il numero di studenti musulmani nelle scuole della sua città basandosi sui cognomi, è stato accusato di contravvenire ai principii della Repubblica. Non intendo affatto difenderlo e comprendo l’inquietudine per possibili discriminazioni. Rimane il fatto che i cittadini dello stesso comune differiscono per origine, cultura e religione. Ignorare la differenze non vuol dire annullarle, informarsi, invece, fornisce i mezzi per una azione efficace al servizio di tutti.
Il Terrore [dura fase repressiva messa in atto durante la Rivoluzione francese n.d.t.] illustra in maniera sinistra le derive che minacciano l’egualitarismo. Nel 1793 i rivoluzionari (che chiamavano la ghigliottina “la falce dell’uguaglianza”) cantavano:
Bisogna accorciare i giganti
e rendere più grandi i piccoli
tutti con la stessa statura
ecco la vera felicità.
Questo canto fa pensare a Procuste, il bandito della Grecia antica che stirava o raccorciava le sue vittime perché si adattassero al suo letto di ferro. Questa non è felicità, questo è orrore. Al di là di questi eccessi, l’universalismo egualitario porta sempre con sé la tentazione del totalitarismo e tende a vedere nelle particolarità e nelle differenze delle fonti di ineguaglianza da sopprimere. Un principio generoso diventa così oppressivo e livellatore. Gli esseri umani non sono robot od oggetti fabbricati in serie che non si distinguono tra loro. Possiedono una individualità e delle particolarità che escludono una completa similitudine. Non si equivalgono e non sono intercambiabili. Lungi dal vedervi un difetto o una ingiustizia, dobbiamo considerare tali disparità un elemento positivo, che fanno di ciascuno una persona unica e consentono la ricchezza degli scambi e il dinamismo delle comunità umane. La saggezza popolare dichiara che la morte ci rende tutti uguali, e ha ragione: rendere tutti uguali sopprime la vita, è degno di cose ed esseri inerti.
Un’uguaglianza vivibile
Come possiamo possiamo quindi comprendere adeguatamente il termine “uguaglianza” e l’ideale che esso designa?
Uguaglianza non significa che siamo o dovremmo essere tutti uguali: indica come lo Stato deve comportarsi nei nostri riguardi. La Repubblica stabilisce l’uguaglianza quando sottomette alle medesime leggi ricchi e poveri, persone celebri e oscure, dirigenti e governati, uomini e donne, neri e bianchi. Non si tratta, tuttavia, di applicare le leggi in maniera cieca ma, come precisa Paul Ricœur, di “trattare in maniera simile i casi simili”. Dai tempi di Aristotele si distinguono l’uguaglianza “aritmetica” (che ignora le differenze tra persone e situazioni) e l’uguaglianza “proporzionale” (che tratta ciascuna cosa e persone tenendo conto della sua identità). L’uguaglianza aritmetica consiste, per esempio, nel mettere tutti i bambini di un determinato quartiere nella stessa classe; prevedere degli insegnamenti speciali per chi non parla francese è uguaglianza proporzionale. Nella pratica, tra queste due logiche (che hanno ambedue i loro inconvenienti) si cerca sovente un compromesso.
L’uguaglianza afferma la dignità di tutti gli esseri umani i quali, nonostante le loro differenze sociali o fisiche, hanno il medesimo valore in quanto persone e il diritto ad essere rispettati allo stesso modo. L’avevano sottolineato già i puritani, molto prima dei repubblicani. Essi stabilirono una graduatoria delle attività umane: il predicatore si situava, secondo loro, al culmine della scala sociale, mentre il bracciante agricolo era al gradino più basso; ma da questo non deducevano assolutamente una gerarchia tra le persone. Il predicatore e il bracciante sono moralmente e spiritualmente uguali. Dal punto di vista sociale, hanno diritto ai medesimi elogi e ricompense se fanno bene il loro lavoro, e agli stessi rimproveri e sanzioni nel caso contrario. Agli occhi di Dio non è la nobiltà o l’umiltà della funzione che conta, bensì il modo in cui la si esercita.
Quando i sanculotti [i partigiani più radicali della Rivoluzione n.d.t.] scrivevano ai rappresentanti del popolo, si firmavano “Il tuo uguale nei diritti”: uguale non in ricchezza, in capacità o potere, ma in dignità. L’uguaglianza proclamata dalla nostra Repubblica si distingue tanto dall’insopportabile dittatura dell’ineguaglianza quanto dallo spaventoso terrorismo egualitario. Riconosciamo quindi i suoi meriti, anche quando nei fatti desideriamo una maggiore uguaglianza (per esempio, sul piano economico).
* André Gounelle è pastore, professore onorario all’Istituto protestante di teologia di Montpellier, autore di numerosi libri e collaboratore di Évangile et Liberté da 50 anni.
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