Di Nicolas Cadène
Nicolas Cadène è relatore generale dell’Osservatorio della Laicità presso il primo ministro di Francia.
La Francia è un Paese laico. I credenti delle diverse religioni e i non credenti dovrebbero poter convivere in pace. La laicità è tuttavia troppo spesso concepita come “assenza di religione”, e le reazioni sono talvolta violente. L’istruzione, nel senso ampio del termine, è essenziale per pacificare le tensioni.
Tratto da Évangile et Liberté n° 294, dicembre 2015
Traduzione di Giacomo Tessaro
Nella nostra società, troppo spesso divisa e inquieta sul suo futuro, la laicità costituisce un elemento decisivo per vivere e agire insieme. La storia della Francia ci mostra quanto la nostra laicità abbia permesso la pacificazione di un Paese che ha particolarmente sofferto sotto le guerre di religione. Ma la laicità può permettere di vivere insieme solo se è ben compresa e appresa; una sua interpretazione o applicazione sbagliata invece, lungi dall’unire, può condurre alla divisione o, peggio, all’esclusione.
Ricordiamo che la laicità si basa su diversi principii: la libertà di coscienza, la separazione del potere politico da quello religioso, l’uguaglianza di tutti di fronte alla legge a prescindere dalle credenze e dalle convinzioni. Essa garantisce a tutti la libertà di credere o di non credere e la possibilità di esprimersi nei limiti dell’ordine pubblico; presuppone la separazione tra lo Stato e le organizzazioni religiose, dalla quale si deduce la neutralità dello Stato, delle collettività e dei servizi pubblici (non quella degli utenti). La Repubblica laica assicura in questo modo l’uguaglianza dei cittadini per quanto riguarda il servizio pubblico, sempre a prescindere dalle credenze e dalle convinzioni.
La Francia è profondamente affezionata ai suoi principii repubblicani. In questo periodo di crisi però assistiamo a un ripiegamento sulla propria identità, sui valori tradizionali, a pratiche religiose talvolta reinventate, a pressioni comunitariste che sboccano in provocazioni contro la Repubblica – che trovano spesso più spazio sui media di quanto non accadesse un tempo -, in particolare nei quartieri lasciati troppo a lungo in balia di se stessi, nei quali il sentimento di esclusione sociale è molto forte. Parallelamente assistiamo a una forte insofferenza nei confronti della visibilità di ogni espressione religiosa, soprattutto nella Francia metropolitana, dove la diversità è meno forte che nei Territori d’Oltremare. C’è una forte tensione, a cui non sono estranei i conflitti internazionali e la situazione economica e sociale. La questione tocca varie difficoltà che, a dire il vero, non sono direttamente legate alla laicità. Sappiamo che laicità è troppo spesso invocata come soluzione di tutti i mali della società, troppo spesso usata come concetto “jolly” per definire situazioni complesse e multidisciplinari, come le politiche pubbliche, la situazione sociale, la lotta contro le discriminazioni, la sicurezza pubblica, la lotta contro il terrorismo, l’integrazione. Tutti argomenti non riconducibili direttamente alla laicità, che tuttavia rimandano a una sua attuazione nella lotta costante contro tutte le disuguaglianze e discriminazioni urbane, sociali, scolastiche, di genere, etniche. Ecco perché (ed è una sfida enorme in una società traversata da tensioni e paure) per ogni argomento legato a questo principio fondamentale dobbiamo apportare, come collettività e in maniera pedagogica, gli elementi necessari al dibattito, tanto più che i media lo fanno troppo raramente a causa della loro tendenza ad alimentare indebite confusioni, e con esse il risentimento di una parte della popolazione.
Nel quadro di una necessaria pedagogia della laicità, l’Osservatorio della Laicità ha pubblicato alcune guide pratiche che spiegano come rispondere alle problematiche molto concrete che si presentano sul campo, nel loro legame con le religioni e la laicità stessa (le guide sono accessibili e liberamente scaricabili sul sito dell’Osservatorio: www.laicite.gouv.fr ). Una delle guide tratta specificamente della gestione del fatto religioso nell’impresa privata (o nel settore associativo), di cui oggi si parla così spesso nei media. Le risposte che si devono dare hanno un punto in comune: la giustificazione oggettiva. I sentimenti e la soggettività non devono fungere da criteri: se non sussiste nessun problema oggettivo e il compito del salariato o del quadro è perfettamente portato a termine, sanzionare una semplice apparenza sarebbe una discriminazione. La manifestazione del fatto religioso, al contrario, può essere limitata o anche proibita per ragioni strettamente oggettive, come motivi di igiene, di sicurezza o di buon andamento dell’associazione o dell’impresa.
Come possiamo constatare, molti tra i protagonisti della società si sentono poco competenti e navigano tra due posizioni incompatibili con la laicità: permettere tutto (favorendo così il particolarismo) o proibire tutto (generando così nuove discriminazioni). Il giusto equilibrio non sta nel rispondere a un interesse particolare ma nell’offrire sempre una risposta di interesse generale nei limiti posti dalla legge. Dobbiamo essere capaci di rimanere spassionati. Dobbiamo applicare il diritto, con fermezza ma anche con discernimento. Soprattutto, non dobbiamo trasformare la laicità in una serie di nuovi divieti: sarebbe contrario allo spirito liberale che animava i “padri fondatori” della laicità, non farebbe che alimentare il vittimismo e, di conseguenza, le provocazioni e gli estremismi religiosi e politici.
In un senso più generale, al di là delle risposte pratiche, la promozione della laicità e del vivere insieme passa attraverso la cultura, l’educazione e la società. Penso soprattutto allo sviluppo del servizio civile, allo sviluppo dell’insegnamento laico delle religioni, all’attuazione dell’insegnamento morale e civico e ovviamente, per evitare ogni malinteso, alla moltiplicazione dei corsi di laicità in tutta la Francia, per tutti i responsabili e i funzionari che lavorano nella società. Sembra ugualmente necessario assicurare, all’interno dei programmi scolastici e culturali, un insegnamento che tenga conto di tutte le culture presenti sul territorio della Repubblica. La questione dell’integrazione all’interno della narrazione nazionale dei giovani francesi dei Territori d’Oltremare, maghrebini, subsahariani, asiatici è essenziale per l’appartenenza alla Repubblica. Di fatto, tutte queste culture e diversità che hanno permesso di costruire una storia comune e modellato la Francia non sono trattate a sufficienza. Il nostro Paese è ancora presente nei cinque continenti, la sua storia è contrassegnata dalle culture creole, africane, asiatiche e molte altre. Tuttavia, troppo poche sono le persone che conoscono l’emiro Abd el-Kader, Đèo Văn Trị, Léopold Sédar Senghor o Henry Sidambarom.
Dobbiamo concepire la laicità come chiave di volta dell’essere cittadini, che fa di ciascuna e ciascuno di noi, al di là dell’appartenenza e delle origini, cittadine e cittadini uguali quanto a diritti e doveri. La laicità ci permette di andare al di là delle nostre differenze, di superarle rispettandole e facendone una ricchezza; garantisce la libertà di credere o di non credere e la possibilità di esprimerci nei limiti della libertà altrui. È un progresso incredibile se pensiamo ai numerosi Stati nel mondo nei quali non è possibile professare determinate fedi, cambiare religione, non credere o essere agnostici.
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