Di Bernard Reymond*
Traduzione di Giacomo Tessaro
* Bernard Reymond, nato a Losanna, è stato pastore a Parigi, poi nel cantone di Vaud. Professore onorario (emerito) dal 1998, si interessa in modo particolare alla relazione tra le arti e la religione.
Di passaggio in Marocco, un mio amico è rimasto sorpreso di imbattersi in una proposta di aderire all’islam senza altra formalità che quella di firmare un documento in cui si affermava che “Gesù non è il Figlio di Dio”. La sua fede protestante ne è rimasta molto turbata: “È proprio il colmo” mi diceva. Non ho potuto fare a meno di fargli notare che, in quel contesto, quella frase era ovvia: se un musulmano riconoscesse in Gesù non un profeta, ma il Figlio di Dio, ammetterebbe che Gesù mette fine alla profezia. Il profeta a cui è stato concesso il privilegio di trasmettere “la” rivelazione del Corano, Muhammad, non sarebbe più il profeta per eccellenza e non avrebbe anzi più ragion d’essere.
Possiamo porre un’altra domanda: come mai i cristiani ci tengono per il solito così tanto che Gesù sia considerato “il” Figlio di Dio? Perché, per loro, la rivelazione divina nella persona di Cristo Gesù è quella definitiva. La fede cristiana più comune vuole anche che, dopo di lui, non ci possano essere altri cristi, altri messia. Ma i primissimi cristiani la pensavano così? Sì, nella misura in cui, per loro, la fine del mondo era imminente; no, se avessero potuto immaginare che la storia umana sarebbe andata avanti per millenni, almeno fino a noi. Solo poco a poco i teologi del cristianesimo hanno fatto le barricate, postulando il carattere definitivo della rivelazione evangelica, così come loro la intendevano.
L’islam, facendo di Muhammad il profeta per l’eccellenza e l’ultimo dei profeti, non ha fatto altro che riprendere a proprio vantaggio la strategia di sbarramento di cui i confinanti cristiani gli davano l’esempio.
Il giudaismo dei primi secoli della nostra era ha fatto la stessa cosa, rifiutandosi di vedere in Gesù il Messia della fine dei tempi: era strategicamente l’unico mezzo per assicurare la perennità della propria tradizione, che doveva confrontarsi con una cristianità sempre più invadente e, diciamocelo, desiderosa di isolare nei ghetti questa fede anteriore alla sua.
Andiamo ora in Iran. Il giudaismo e le Chiese presenti sul suo suolo da prima di Muhammad sono tollerati, per quanto con uno status molto subordinato e controllato; il protestantesimo, invece, non lo è quasi per nulla, in quanto forma di cristianesimo apparsa dopo l’islam. Ma soprattutto, l’islam sciita non tollera assolutamente, perseguitando senza ritegno, i discepoli di Bahá’u’lláh, il fondatore di una religione tollerante e universalista, di ispirazione coranica, apparsa in Iran nel XIX secolo: la fede bahá’í. Tollerarla equivarrebbe a riconoscere ed ammettere che la rivelazione coranica non è unica, né definitiva.
Tutte queste strategie finiscono in esclusioni reciproche che rendono vano ogni dialogo interreligioso. Riflettiamoci bene: la paura della concorrenza non è mai stata la forza di una fede religiosa!
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